Raimonda Lanza di Trabia

Dalla sua elegante casa di Moncalieri, Raimonda ci fa vivere le sensazioni e le emozioni di un periodo della sua vita, della sua felice infanzia. Donna bella, elegante, forte come le donne siciliane, sofisticata e sobria come la terra elegante del nord dove ormai vive da anni. Ci ricorda le atmosfere, i sapori, le estati calde ed avvolgenti della sua Sicilia. Quelle sensazioni che saranno sempre presenti nel suo cuore. Raimonda la conosciamo anche attraverso i suoi due libri, scritti insieme a sua figlia Ottavia Casagrande, e che ci fanno rivivere i fasti di una Palermo splendida: “Mi toccherà ballare”, e “Quando si spense la notte”. Questi raccontano la storia di un padre, mai conosciuto, Raimondo Lanza di Trabia, ma che vive sempre presente in Lei non solo nel nome ma anche nella sua anima, nei suoi pensieri. Grazie Raimonda, per questo tuo pensiero che hai voluto dedicarci; grazie come Siciliani che portano nel cuore e nella mente il periodo più bello della nostra terra; grazie di aver dato il tuo prezioso contribuito a questa accademia; grazie per aver citato il marchio Tomasello che sarà sempre nel tuo e nel nostro cuore.

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Estati felici

Il coronavirus ci ha chiuso nelle nostre case, allontanati da parte dei nostri affetti, ci ha spaventati e scoperti più fragili, ci ha regalato un silenzio antico, le città immobili dove la bellezza prevale, gli animali hanno riconquistato i loro diritti, in giardino scorrazza un’anatra selvatica con disciplinatissimi piccoli, due Bambi, un airone bianco uno scoiattolo rosso che non ci faceva visita da un pezzo….

Tutti noi abbiamo paura di stringere una mano, di toccare un oggetto meno che famigliare, paura di non sentire più odori e sapori, terrore di non saper più respirare, eppur io sono chiusa con la mia famiglia a casa, fortunata ad avere un giardino tutto per noi. Un peso della fatalità che la fa da padrone ci sovrasta e la convinzione che quando tutto sarà passato ricorderemo questo periodo terribile con nostalgia per i sapori antichi che abbiamo riscoperto, quelli dei tempi lunghi delle infinite estati in campagna con nipoti allegri ed entusiasti.

In questo lungo periodo di solitudine relativa e molto elettiva la mia mente è volata alla mia infanzia felice al Castello di Trabia, i lunghi mesi estivi, il vento caldo e il sole, questo sole, vaneggiato come il toccasana che sconfiggerà il virus.

Nel mare davanti al castello pescavo i gamberi bianchi e polipi con le mani, ricordo di aver scorto nel mare tra le rocce un cavalluccio marino che non ho mai più rivisto tanto che ho sempre pensato che lo avessi sognato, vivevo a piedi nudi tutta l’estate e la pelle era sempre salata, si viveva come ora senza rumori di motori e ritornare in città dopo quel lungo paradiso era una tortura al pari di rinfilarsi un paio di scarpe, quella libertà della mia infanzia non l’ho mai ritrovata in età adulta….

Tra le gioie della mia infanzia: le ore passate in cucina con la cara vecchia Maria, l’allegria nel friggere le melanzane, la gioia nel preparare la conserva di pomodoro, rito cadenzato che andava dal preparare le bottiglie al tagliare i pomodori, a stendere il concentrato al sole su tavole di legno dove andava mescolato con cura e gesti antichi e sicuri, tutto per allungare all’inverno il senso di quell’estate, e così è stato per me fino agli anni condivisi al Castello con le mie bambine, anch’esse scure in volto quando arrivava il fatidico momento del rientro a Milano (con le bottiglie di salsa, ben inteso).

Castello di Trabia
E non posso non parlare della pasta quasi fatta su misura: il pastificio Tomasello era sulla strada di casa quando ben volentieri tornavo sulla vecchia, sinuosa statale da Palermo a Trabia.

Mi accaparravo scorte di ANELLETTI introvabili al nord.

L’acquisto della pasta in Sicilia ha un significato diverso: per secoli è stato l’alimento principe, venerato come un Graal con una sacralità sconosciuta al nord (in Sicilia il riso si mangiava soltanto nel giorno di Santa Lucia il 13 dicembre).

Ricordo pacchi allineati con la scritta, una scelta che a me pareva una tombola tra spaghetti bucatini penne e farfalle, e la piccola pasta come i ditalini che si mangiavano asciutti al pomodoro….

La cottura era un vero rito al quale Maria non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, l’acqua nella pentola abbondantissima, salata con sale grigio, le finestre al momento del “Cala la pasta” dovevano essere rigorosamente chiuse … e la pasta scolata quasi cruda…. quante volte ho ripensato con nostalgia a quelle allegre ore in cucina… seduta davanti ai melanconici risotti milanesi che le serate lombarde propinavano tutti uguali, in una città triste e nebbiosa.

Raimonda Lanza di Trabia